Maggio dei libri, gli studenti consigliano

Il Maggio dei libri è l’appuntamento annuale dedicato ai libri e al loro valore sociale, culturale e civile. La manifestazione, nata nel 2011 con l’obiettivo di portare i libri e la lettura in contesti diversi da quelli tradizionali, coinvolge ogni anno scuole, biblioteche, librerie, associazioni culturali e editori, che contribuiscono al progetto organizzando iniziative e eventi legati ai libri.
Attenzione! in caso di utilizzo delle recensioni l’utente è pregato di citare l’autore e la fonte di provenienza.

Gli studenti dell’ITIS Giovanni XXIII di Roma, Via di Tor Sapienza 160, coordinati dalla prof.ssa Anna Merola (lettere), consigliano:

Le dieci regole di una buona recensione | fonte SoloLibri.net

1 – Leggi il libro
Recensire deriva dal verbo latino Recènseo, che significa esaminare, passare in rassegna. Ma come si fa a passare in rassegna qualcosa che non si conosce? Per questo ogni recensione degna di questo nome deve presupporre la lettura attenta del libro di cui si è deciso di parlare.
2 – Introduci il libro
La prima cosa da fare è introdurre al lettore di cosa si sta parlando. Non sempre il lettore sa già con che libro si ha a che fare, se si tratti di un saggio di un romanzo, di una raccolta di poesie e la cosa migliore da fare è descrivere tutto ciò che lo possa aiutare ad orientarsi in questo nuovo ambiente:
• citare la casa editrice;
• citare l’anno di pubblicazione (si tratta di una novità oppure è un classico dell’Ottocento?);
• dare indicazioni sul genere (rosa, giallo, horror, fantasy, per ragazzi, saggio filosofico ecc.) così il lettore potrà decidere se rispecchia i suoi interessi generali oppure no;
• dare informazioni sull’autore (è un esordiente? Ha vinto il premio Nobel per la Letteratura ecc.)
3 – Racconta la trama, senza svelare il finale
Ecco che iniziano le dolenti note. Nel raccontare la trama, infatti, dovete fare molta attenzione a non cadere nella tentazione di dire troppo. I libri sono una scoperta e molto spesso, non solo nel genere giallo, le rivelazioni e i colpi di scena sono fondamentali e la curiosità è il primo motore che spinge il lettore ad andare avanti nelle pagine.
4 – Usa le citazioni
Per aiutarvi nella narrazione del plot, un valido strumento possono essere le citazioni dal libro a patto che rispecchino determinate caratteristiche:
• devono essere brevi;
• devono aiutarvi a sostanziare un’affermazione;
• non devono svelare troppo del libro, ma mantenere un alone di mistero.
5 – Dà un’interpretazione
Una buona recensione, dopo la descrizione della trama, deve fornire elementi interpretativi che informino in lettore del vostro personale punto di vista sul libro stesso? Che chiave di lettura avete trovato? Insomma, qual è la morale della favola? Anche in questo caso, possono tornarvi in aiuto citazioni di parti del romanzo.
6- Dà una valutazione
Dopo la vostra interpretazione è il momento della valutazione. La differenza principale tra interpretazione e valutazione è che mentre la prima riguarda il contenuto del libro e la “morale” che ne avete colto, la seconda riguarda un giudizio critico più ampio sull’intera opera e deve essere dato il più oggettivamente possibile.
7 – Usa un lessico vario
Dillo a parole tue. Scrivi la recensione parlando del libro come faresti con un amico (non dimenticare dell’italiano però!). Non se ne può più di frasi generiche e impersonali che dicono tutto e niente. Chi legge vuole sapere davvero di cosa tratta il libro, vuole capire se gli piacerebbe leggerlo oppure no, vuole interessarsi. Per cui al bando espressioni come “è un libro eccezionale”, “un testo speciale” “bellissimo” “particolare”, “mi ha colpito molto…” e sostituitelo con aggettivi davvero qualificativi e che portino con loro del senso (crudele, irriverente, paradigmatico, dolce, lento, duro, pauroso, triste, leggero ecc.).
8 – Tendi all’oggettività
Partendo dal presupposto che ogni testo che si scrive parla già dell’autore che lo ha scritto (nel suo stile e nel tono che si dà al testo), una buona recensione dovrebbe tendere il più possibile all’oggettività. L’opinione del recensore viene fuori già dal taglio con cui si descrive il libro, dalle citazioni che si selezionano, dalla scelta stessa del libro da recensire. La bravura del recensore si vede quando la recensione fa venire voglia di leggere il libro senza scrivere “ve lo consiglio caldamente”.
9 – Usa uno scheletro
Soprattutto se sei alle prime armi, può esserti utile seguire uno schema rapido che ti aiuti ad orientarti nella stesura attraverso domande mirate.
10 – Tieni sempre presente gli obiettivi
E last but not least una regola valida mentre si seguono tutti i 9 punti precedenti è quella di tenere sempre ben presenti gli obiettivi di ogni buona recensione che si rispetti. Una volta finita, rileggetela e se li rispetta tutti, è molto probabile che avrete realizzato un buon lavoro!

M. Borella, Il profumo è dietro l'angolo | recensione Anna Merola

Il libro di Martina Borella racconta la storia di una sedicenne alle prese con la vita di tutti i giorni: momenti di indefinibile felicità per la conquista del primo amore, si alternano a situazioni difficili e dolorose che la protagonista Nicole affronta, e supera, anche grazie a chi le vuol bene. La protagonista è una ragazza positiva, che ama leggere, ma anche viaggiare e divertirsi, come tutte i suoi coetanei. Si conquista da subito la simpatia del lettore per la sua semplicità e per la voglia di vivere una vita vera, in cui si riconosce, e per niente virtuale: Nicole manda messaggi, ma – vivaddio – spesso si dimentica il telefonino. Trova l’amore della sua vita che, solo per il fatto che le fa delle sorprese fantastiche, è da sposare all’istante; il ragazzo ha gusti raffinati e, dettaglio di non poco conto per l’indole femminile, indovina sempre i regali: viaggi, vestiti, cene, feste a sorpresa, e chi più ne ha più ne metta. Insomma, il ragazzo, non sbaglia mai un colpo, o quasi. Questo amore è messo, però, a dura prova da una serie di eventi, il primo è un incidente d’auto di cui Nicole rimane vittima. E questo è solo l’inizio, perché proprio mentre la sedicenne si sta lentamente riprendendo dai traumi di quella che sarebbe potuta diventare una tragedia, conosce un ragazzo più grande di lei, che “indossa” un delizioso profumo all’albicocca. E’ gentile e dolce, sembra capirla come nessun altro, ma purtroppo è un diavolo travestito da angelo, e Nicole è troppo giovane e ingenua per accorgersene. Il ragazzo è subdolo e pericoloso, manipolerà non solo la sua vita, ma anche quelle del ragazzo e della sua migliore amica, con risvolti purtroppo tragici. Sullo sfondo di un intreccio accattivante, fatto di continui colpi di scena, emergono molte problematiche della società del nostro tempo: la mancanza di lavoro che costringe il padre di Nicole a trasferirsi con la famiglia a Parigi, l’inferno dei maltrattamenti familiari, la pericolosità delle sostanze stupefacenti, la vergogna infamante dei video-ricatto. Tutto, però, sembra concludersi nel migliore dei modi, scrivo sembra perché anche il finale riserva, proprio all’ultimo rigo, un ennesimo colpo di scena, che lo rende aperto alle più personali interpretazioni. Ma, sicuramente, tra poco sapremo di più perché pare che l’autrice stia scrivendo il sequel del libro, ma, come ogni scrittore, ci tiene a non lasciarsi sfuggire neanche un dettaglio. Al momento è ancora tutto top secret.
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(Il profumo è dietro l’angolo è stato presentato oltre che a scuola, anche alla biblioteca comunale del Quarticciolo, che lo ha incluso nello sterminato patrimonio librario delle biblioteche comunali.
(Martina Borella è una studentessa della nostra scuola, la sua classe è la IV f, indirizzo di Amministrazione, Finanza e Marketing.)

Classe 1 G Scienze applicate

L. Sepúlveda, Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza | recensione di Simone Maccari I G
In un prato chiamato Paese del Dente di Leone vivono delle lumache sicurissime di trovarsi nel posto migliore che ci sia e tutte abituate a condurre una vita lenta e silenziosa, nascoste dagli animali che potrebbero mangiarle. Una di loro, però, è curiosa e decide di scoprire le ragioni della loro lentezza. Per questo parte per un viaggio che la porterà a comprendere il valore della memoria e la vera natura del coraggio, e a guidare le compagne in un’avventura ardita verso la libertà, nonostante la loro disapprovazione. Un’ altra storia fantastica di Luis Sepúlveda che insegna a riscoprire il senso del tempo.
La mia opinione
Tra tante lumache indifferenti agli stimoli circostanti, contente di quello che hanno perché i loro orizzonti sono limitati alle necessità primarie quotidiane, se ne distingue una che non è soddisfatta della sua esistenza e che vuole andare oltre. In un viaggio lento ma intenso caratterizzato da incontri con altri animali che la sosterranno e la apprezzeranno così com’è, la lumaca “Ribelle” riuscirà ad accettare i propri limiti e a considerarli come dei pregi.
Questo racconto può essere considerato una fiaba da raccontare ai bambini per insegnare loro i valori universali dell’amicizia, della solidarietà, della difesa dell’ambiente; oppure una storia da sottoporre ai ragazzi più grandi perché capiscano l’importanza del rispetto per la diversità, dell’autonomia di pensiero, dell’importanza di poter esprimere la propria individualità.
Per gli adulti poi, sempre rapiti dagli impegni della quotidianità, sempre frenetici senza mai riposarsi, forse potrebbero imparare ad essere un po’ più lumache? A fermarsi a riflettere per poter dare la giusta priorità alle cose?
Questo libro potrebbe far capire che a volte sentirsi diversi non è sempre un male e che cercare le risposte è segno di forza e di coraggio. Ci mostra come l’intraprendenza e il desiderio di cambiare anche di un solo individuo può dare una svolta agli eventi e che non bisogna mai avere paura di andare verso l’ignoto. Insomma, farà sorridere i più piccoli e riflettere gli adulti.
Consiglio questo libro a coloro che hanno voglia di una lettura apparentemente leggera, tenendo bene a mente che attraverso un linguaggio semplice ma efficace, lo scrittore li porterà a riflettere su tematiche che riguardano ognuno di noi.
Un libro che si fa leggere velocemente ma che andrebbe letto con la giusta lentezza.
J. Verne, L'isola misteriosa | recensione di Valerio Pistillo I G
L’isola misteriosa di Jules Verne è un bel libro di avventura, che racconta la storia di un gruppo di uomini rimasti prigionieri nella guerra di Secessione americana, che decidono di scappare in mongolfiera e approdano su un’isola sperduta del Pacifico. Nei giorni che seguono cercano di renderla una piccola America e tentano di sopravvivere tra strani avvenimenti che sembrano essere sempre a loro favore. Questo piccolo gruppo di uomini riesce a collaborare, ognuno mettendo in campo le proprie abilità.
Il racconto ambientato nel 1865 è stato pubblicato tra il 1874 e 1875 prima in puntate su un giornale francese, poi raccolto in volume nel 1875. Fa parte della “Trilogia del capitano Nemo” con “I figli del capitano Grant” e “Ventimila leghe sotto i mari”.
Scritto in un linguaggio scorrevole, è adatto a tutti, si lascia leggere facilmente; la storia è interessante, cattura l’attenzione del lettore che rimane col fiato sospeso più volte nella trama.
Verne ci racconta come l’ingegno umano, partendo da nulla, possa creare qualsiasi cosa e superare qualsiasi avversità. Riesce a dare una spiegazione scientifica agli avvenimenti che succedono.
Consiglio vivamente di leggere questo libro, perché è appassionante, stimola il lettore nel cercare di immaginare la soluzione ai vari misteri per poi impressionarlo con un esito inaspettato, improbabile, ma plausibile.

Classe 2 G Scienze applicate

R. D. Bradbury, Fahrenheit 451 | recensione di Elisa Vincenti II G
Il titolo Fahrenheit 451 fa riferimento alla temperatura con la quale prende fuoco un libro (gradi Fahrenheit).
Nella società in cui vive Montag sono poche le persone che amano la lettura e chi ama i libri è costretto a nasconderli nelle loro case. La maggior parte della società è plagiata dai dispositivi elettronici come la televisione e l’apparecchio radio.
In questo modo i cittadini vengono privati dell’immaginazione ovvero della rielaborazione personale dei fatti e avvenimenti perché i libri vengono sostituiti da macchine.
I libri sono considerati pericolosi perché ampliano le conoscenze, cambiano la modalità di pensiero, permettono di fare un ragionamento accurato e inoltre garantiscono un’istruzione. L’ideologia dei potenti è rispettata dal popolo che subisce amareggiato il divieto di leggere.
Due personaggi che si oppongono al sistema sono: un’anziana signora che preferisce perdere la vita ed essere bruciata insieme ai suoi averi anziché liberarsi dei suoi libri; e Clarisse una ragazza che esprime il proprio pensiero opponendosi all’ideologia del governo.
Secondo il mio punto di vista la conclusione del libro è positiva perché indica una rinascita sia per Montag sia per la società, infatti Montag si unisce alla lotta dei ribelli al fine di ottenere nuovamente i libri.
Nella società in cui vive Montag la tecnologia ha un ruolo fondamentale, infatti alcune persone sono succubi di essa. Oggi, se ci pensiamo è così, anzi la situazione è peggiorata e continuerà a degradare. Sono poche le persone che non usano dispositivi elettronici passivamente. Il messaggio che vuole comunicare l’autore è di non smettere di leggere e imparare perché con la conoscenza non si può essere sottomessi.
La parte che ho preferito è stata quella dell’anziana signora che considera la cultura e la conoscenza basi fondamentali per la vita e ritiene i libri talmente preziosi al punto che preferisce morire pur di non perderli.
Questo è un libro, quindi, che evidenzia e sottolinea l’importanza della cultura. Chi perde la cultura perde la libertà e si condanna ad una vita infelice. Il tempo ci ha aiutato a superare delle barriere culturali molto alte ma, purtroppo, ancora oggi alcune parti del mondo sono chiuse in un’esistenza problematica che limita lo sviluppo dell’istruzione o per cause economiche o politiche.
Poche sono state le persone che hanno avuto il coraggio di ribellarsi esponendo sempre le loro idee e opinioni; e lo hanno fatto perché considerano la cultura fondamentale in quanto ci permette di ragionare e difenderci. L’istruzione è alla base di tutto, l’ignoranza ci rende sottomessi, vulnerabili e manipolabili dagli altri.
Sapere aude!
H. Lee, Il buio oltre la siepe, Feltrinelli, Milano, 2013 | recensione di Eleonora Torriani II G
Trama La storia viene raccontata in prima persona dalla protagonista Scout. Scout e Jem sono due ragazzini orfani di madre. Il padre Atticus è avvocato riesce ad accudire i suoi figli anche grazie al sostegno della brava domestica (Calpurnia).
La tranquillità della cittadina è sconvolta da una grave vicenda: Tom Robinson, un bracciante nero, viene ingiustamente accusato di violenza sessuale nei confronti di una ragazza bianca (Mayella Ewell). Atticus riesce a dimostrare l’innocenza di Tom avvalorando la sua innocenza dimostrando che le percosse subite dalla giovane, e la stessa violenza, sono opera del padre, Bob Ewell; ma la giuria condanna ugualmente Tom. Atticus è convinto che ci siano buone possibilità di ribaltare la condanna col ricorso in appello, ma Tom è stanco e sfiduciato e durante l’ora d’aria tenta la fuga, venendo così ucciso dalle fucilate delle guardie. Bob Ewell continua comunque a nutrire un terribile odio nei confronti di Atticus che lo spinge addirittura a cercare di uccidere Jem e Scout, per fortuna Boo riesce a salvare i bambini uccidendo però Ewell. Lo sceriffo lo viene a sapere ma decide di archiviare il caso come un incidente
Descrizione del libro: L’autrice in questo libro affronta un problema molto importante: quello dei pregiudizi delle persone che si credono appartenenti ad una razza superiore e che causa molte ingiustizie compiute a danno di persone innocenti. Harper Lee affronta questo problema per farci riflettere e farci capire che tutti gli uomini sono uguali e hanno gli stessi diritti .
Questo libro mi è piaciuto molto perché raccontato in modo semplice da una donna scrittrice che non capiva perché il mondo degli adulti fosse così ingiusto. Sono d’accordo con il messaggio trasmesso dall’autrice e penso anch’io che non ci debbano essere pregiudizi nei confronti di nessuno.
L’ignoranza genera pregiudizi, i pregiudizi generano paura; le nostre paure cessano di essere tali nel momento in cui siamo disposti ad affrontarle: “Non riuscirai mai a cambiare le persone limitandoti a parlare bene, bisogna che siano loro a desiderare di imparare”.

Classe 3 G Scienze applicate

M. Atwood, Il racconto dell'Ancella | recensione di Rabbah Aishai III G
Il Racconto dell’Ancella è un romanzo distopico, che si impegna a descrivere un futuro a rischio di divenire presente. Ambientato negli Stati Uniti, nell’oscurità di un regime totalitario e teocratico (di stampo biblico) in cui la parola Libertà è stata rivoluzionata, la Atwood immagina, senza grandi sforzi, un mondo devastato dalle radiazioni atomiche in cui le Ancelle sono donne la cui fertilità, sopravvissuta alla catastrofe, diventa mero strumento per assicurare una discendenza all’èlite dominante. La scelta di narrare attraverso la voce della protagonista genera una visione che, se pur ristretta, è la più adatta poiché favorisce un estremo coinvolgimento emotivo e psicologico del lettore, il quale non si limita ad assistere ma si immedesima, spinto da una forte empatia. La protagonista è una giovane donna che si definisce “profuga del passato”, travolta bruscamente da una realtà completamente rivoluzionata, immersa in un senso di smarrimento e soprattutto di subordinazione e appartenenza a qualcun altro, che emerge dal nome che gli viene assegnato: Offred, in cui il prefisso “Of”(trad. “diFred”) racchiude l’ideale di donna come essere inferiore, glorificata solo perché in grado di procreare. Tutte le Ancelle sono identificate da un lungo e ampio vestito rosso e da una cuffietta bianca con delle alette laterali che proteggono da sguardi indesiderati e, allo stesso tempo, impediscono di osservare il mondo, alzare gli occhi per ammirare l’azzurro del cielo. In un contesto tale l’amore si riduce progressivamente a “dovere” privo di coinvolgimento emotivo. Ad un certo punto Offred appare completamente apatica, senza più motivi per lottare contro questo nuovo sistema ed è qui che la Atwood sembra giocare con le nostre emozioni, ribaltando quel senso di empatia con la protagonista, improvvisamente ci si sente confusi perché non ci sembra possibile limitarsi a sopportare. L’aspetto interessante di questo romanzo non è semplicemente l’attualità e la profondità dei temi trattati, ma come questi vengono trattati. Il racconto dell’Ancella è la storia di un mondo orribile all’interno di un libro splendido, che appassiona perché in un momento vorresti solo calpestarlo, così come sono state calpestate le vite delle Ancelle, ma non puoi fare a meno di leggerlo tutto d’un fiato. Consiglio questo libro perché non parla solo della condizione di inferiorità della donna, ma evidenzia quanto la Libertà sia un aspetto fondamentale della vita degli uomini (intesi come umanità). Le stesse parole sono oggetto di violenza: il loro significato autentico viene corrotto per plasmare le menti di queste giovani donne. C’è una frase che di questo romanzo sembra esserne il concentrato concettuale: “ Esiste più di un genere di libertà. La libertà di e la libertà da”. Le Ancelle hanno visto sostituire la loro libertà di uscire, di lavorare, di essere padrone di se stesse con una libertà da sguardi indiscreti, da giudizi, dalla paura di aggressioni, da preoccupazioni dovute all’autonomia che possedevano; ma questa libertà da, che discrimina profondamente, che annulla l’identità del singolo, può essere davvero considerata libertà? Non esiste libertà che prescriva costrizione e distaccamento dal mondo. Questa è la risposta che dovremmo conoscere tutti, ma se non è così questa lettura si rivelerà ancora più utile per soddisfare ogni perplessità a riguardo. La sensibilizzazione a cui veniamo continuamente sottoposti non è rivolta ai comportamenti delle donne, poiché ognuno possiede il diritto d’espressione, ma è rivolta ai comportamenti contro le donne, nella speranza di annientare la percezione di violenza come qualcosa di “ordinario”. Margaret Atwood non si limita al rapporto femminile con la libertà, ma in maniera implicita evidenzia allo stesso tempo la privazione di libertà degli uomini: si tratta di una società meschinamente puritana fondata su di una legge carica di brutalità che prevede l’intreccio tra sessualità e politica, in cui pochi hanno preso il potere e cambiato le regole a loro discrezione, non una società dove tutti gli uomini hanno calpestato ogni singola donna. Si potrebbe parlare di un patriarcato su larga scala. In un regime totalitario l’ideale di sacrificio del proprio io per “la grande causa” è l’aspetto che induce le masse a creare una reazione a catena di subordinazione che porta ad un capo assoluto, secondo un’organizzazione verticistica autoritaria. Consiglio questo libro perché pone l’accento su temi che spesso sentiamo nominare, ma mai con l’estrema concretezza che Margaret Atwood riesce ad evocare. Femminismo non significa superiorità delle donne rispetto agli uomini, ma significa affermare le pari opportunità senza distinzione di sesso.
I. Calvino, Il castello dei destini incrociati | recensione di Shana Rotondi III G
Il castello dei destini incrociati è un bosco narrativo in cui è facile volersi perdere per Umberto Eco.
I protagonisti si ritrovano improvvisamente catapultati in un mondo dove ognuno vorrebbe raccontare cosa gli è successo e cosa gli è toccato vedere, ma la capacità di parlare scompare improvvisamente, fino a quando si decide di raccontare la propria storia attraverso i tarocchi. La successione delle carte che osserviamo formarsi nel libro, porta a chiedere se si tratti solo del risultato del caso, oppure di un disegno pazientemente messo insieme da qualcuno che nelle carte cerca la via d’un cambiamento dentro se stesso che si trasmetta al di fuori, cercando di mettere in ordine sulle pagine ciò che Calvino, osservando i tarocchi con l’occhio di chi deve conoscerli, non è riuscito a fare dentro di sé. Forse allo scrittore sarebbe piaciuto realizzare la storia su dei tarocchi piuttosto che su delle pagine, trasmettendo la magica capacità che essi hanno di raccontare la vita, o meglio, le vite, tramutandosi in fantastiche e intrecciando continuamente la razionalità con l’immaginazione. “Nella tua taverna tutto si mescola, i vini ed i destini…”
Ogni nuova carta spiega o corregge il senso delle carte precedenti, nascondendo più cose di quelle che esse rivelano. Non si tratta di un semplice gioco con le carte, ma di intere storie di vita contenute nell’intreccio di carte, passato presente futuro, che rende impossibile allo stesso protagonista distinguere la propria dalle altre, portandolo ad andare avanti solo per non lasciare le cose incompiute.
Veniamo catapultati in un mondo dove le donne sono regine punitrici, ci sono Papesse al posto di Papi, Parsifal corre il mondo in perfetta innocenza, le storie di Amleto e Astolfo si incrociano, San Giorgio e San Girolamo rappresentano un terribile incubo e un meraviglioso sogno, in cui non capisci se sei la carta o il mazziere, le macchine hanno cacciato gli uomini, sapendo di poter fare a meno di loro, e gli animali sono tornati a occupare territori strappati alla foresta. Quando l’umanità, rifugiata in buche sotterranee, prova a riemergere, vede il cielo oscurato da una fitta coltre d’ali, vedendo pezzi di cartone bisunti, prima pagine del libro, diventare museo di quadri di maestri, teatro di tragedia, biblioteca di poemi e di romanzi, il rimuginare muto di parole potrà provare a volare più alto, a sbatacchiare ali di parole.
Esiste un arcano, ‘Il Sole’, rappresentato come il grande astro del giorno, tenuto nelle mani di un bambino, sopra una nuvola, che corre, anzi vola sopra un vario e spazioso paesaggio, quasi la gioventù rappresentasse il vento che porta a ondate la musica delle feste.
In principio, lo scrittore non cercò di disporre le carte in modo che suggerissero una storia, ma di crearla come quelle dei dipinti, realizzate senza crederci troppo, credendo solo alla pittura e non al tema, facendole diventare vere a forza di dipingerle e ridipingerle, come fanno gli scrittori scrivendo un racconto che se non è vero lo diventa. “Voltava lento il capo come se il peso dei pensieri gli avesse incrinato la cervice”. È proprio così che Calvino si sente: scrivere questo libro era diventato una vera ossessione paranoica sfiorata dall’armoniosa geometria intellettuale che annunciava un nuovo terremoto dentro sé stesso; continuando nella sua scrittura l’autore esprimeva il bisogno di liberarsene. Quindi possiamo dire che il libro non è solo un romanzo, ma un vero e proprio diario personale in cui Calvino lascia emergere le proprie insicurezze di scrittore ma soprattutto di uomo.
Forse il motivo per cui lo scrittore ha impiegato così tanto tempo per terminare questo libro, sta scritto tra le righe di esso, ed è compito del lettore riuscire a coglierlo. Io, personalmente, ho trovato ciò in una frase posta tra gli ultimi capitoli: “Non c’è miglior luogo per custodire un segreto che un romanzo incompiuto”. A un certo punto Italo ammette che, forse, ciò che è arrivato a essere, non è altro che un giocoliere o illusionista che dispone sul suo banco da fiera un certo numero di figure e spostandole, connettendole e scambiandole ottiene un certo numero di effetti. Il castello dei destini incrociati è la storia delle infinite possibilità, delle combinazioni inesauribili che possono strutturare la narrazione di una storia e, allo stesso tempo, delle storie fra di loro. Sì, perché ciascun commensale non si limita a rimescolare ogni volta il mazzo per narrare la propria storia scegliendo solo le carte a lui utili e disponendole nell’ordine prescelto, ma si muove lungo la linea di quelle predisposte da uno dei narratori che lo hanno preceduto, agganciando ad essa la propria vicenda con i tarocchi rimasti o approfittando della presenza di una stessa carta in un altro braccio di storie, come se tutto concorresse alla costruzione di un immenso cruciverba in cui le lettere a disposizione sono limitate e bisogna costruire il maggior numero possibile di parole sfruttando quelle già presenti sul tabellone.
Con questo libro Calvino vuole comunicare ai lettori che la letteratura non può sostituire la realtà, ma allo stesso tempo non è scindibile da essa, è l’illusione di poter ordinare e schematizzare ciò che non può essere ordinato: la vita è una moltitudine di eventi che si intrecciano tra loro e non è possibile, per quanto lo si voglia, darne un senso assoluto.
Non so bene se Calvino volesse farci intendere il libro come un’immensa metafora della vita, oppure come ciò che appare agli occhi di un lettore che si gode un libro senza sforzarsi di dargli una lettura critica. Penso anche che l’analisi del testo offra molte gioie, ma io non credo che la lettura sia una caccia alla metafora. La metafora e il linguaggio figurato sono così radicati nel modo in cui immaginiamo noi stessi e il nostro mondo che non c’è bisogno di andare a cercarli in un testo per apprezzarli. Esistono molti modi giusti per leggere un romanzo!
Una cosa, però, la so: Calvino sperava che la forza e il potenziale contenuti nella storia potessero cambiare la nostra vita è rendere la nostra voce più forte, come ha fatto con la sua.

U. Eco, Il nome della Rosa | recensione di Irene Filadi III G
Il nome della rosa è un giallo storico di Umberto Eco pubblicato nel 1980. Ambientato in un’abbazia benedettina nel quattordicesimo secolo, il romanzo segue le vicende di Adso, allievo di Guglielmo da Baskerville (vero e proprio protagonista del libro). Quest’ultimo, frate ed ex inquisitore, arrivato al monastero per partecipare a un dibattito sulla povertà di Cristo, si trova a dover indagare sulle strane morti che stanno colpendo i monaci dell’abbazia. Il nome Guglielmo da Baskerville è un riferimento a Sherlock Holmes: il mastino dei Baskerville è uno dei romanzi più famosi di sir Arthur Conan Doyle. Il protagonista possiede infatti molte delle caratteristiche di Holmes, come le doti investigative e l’intelligenza. Lo stile narrativo risulta a tratti lento a causa delle frasi scritte in latino senza traduzione e delle numerosissime digressioni storico-politiche che narrano gli eventi del 1300. Il latino era ancora la lingua ufficiale della Chiesa, nonostante cominciasse a essere frequente l’uso del volgare anche nelle opere scritte, come la Divina Commedia, che era stata pubblicata proprio in quegli anni (nel romanzo vi è anche un riferimento a Dante e alla sua opera).
L’autore sfrutta l’ambientazione medievale per informare il pubblico sulla società del ‘300, una società verticistica e chiusa nel proprio modello di pensiero. Tra gli argomenti trattati nel libro c’è proprio la corruzione dell’istituzione ecclesiale. La Chiesa, molto più attaccata ai beni materiali di quanto avrebbe dovuta essere, sostiene attraverso i delegati papali, durante la riunione, che niente può dimostrare la povertà di Cristo. Con pensiero opposto alla delegazione papale, ci sono i minoriti, che rivendicano la povertà di Cristo e un ritorno della Chiesa ai suoi antichi valori. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse dei santi. All’interno del romanzo troviamo altre vicende che ben si intersecano tra di loro, tra queste anche una discussione tra Guglielmo da Baskerville e uno dei monaci anziani dell’abbazia, Jorge. L’argomento trattato è il ridere che viene considerato da questi come diabolico: nessun monaco dovrebbe mai ridere. È in questa occasione che Guglielmo, a sostegno della sua tesi sulla bontà del riso, accenna al libro perduto di Aristotele sulla Commedia, che sarà al centro dell’intera vicenda. Questo dibattito mette proprio in evidenza la mentalità ristretta medievale, come quella della Chiesa. Una società chiusa come quella narrata è pericolosa per la libertà dell’uomo: qualsiasi azione veniva vista con sospetto e si rischiava l’accusa di eresia o, per le donne, di stregoneria. Anche una semplice invenzione, come gli occhiali di Guglielmo, che allora ancora non erano di uso quotidiano, rischiavano di essere visti come il demonio; egli è infatti molto attento ad usarli in pubblico.
Una delle cose che più colpisce del romanzo è la biblioteca: un labirinto (nel senso letterale della parola) di libri, attorno alla quale ruotano i misteri dei delitti. La biblioteca contiene innumerevoli titoli autografi o copiati (stiamo in un periodo antecedente l’invenzione della stampa) ed è una delle più grandi, fornita anche di libri non cristiani, come gli scritti greci o arabi, che nel medioevo erano vietati dalla Chiesa: i testi antecedenti la venuta di Cristo potevano essere consultati solo se i loro insegnamenti erano riconducibili alla morale cristiana. Nel romanzo è consentito l’accesso alla biblioteca soltanto al proprietario e al suo assistente e, per poter consultare un libro, è necessario farne richiesta al bibliotecario che, nel caso tratti un argomento profano, lo mette a disposizione solo su autorizzazione dell’abate. Una società verticistica sfrutta l’ignoranza del singolo individuo e delle masse per sottometterlo: privo della capacità di ragionare, egli non riesce a capire di essere oppresso. È per questo che l’accesso a tutti i libri contenuti nella biblioteca è vietato. La società preferisce l’uomo incapace di pensare, rispetto a quello che sa ragionare e che può portare a una rivoluzione.
Mistero avvincente e ben architettato fin nei minimi dettagli con una conclusione degna; libro interessante non privo di colpi di scena; romanzo storico che descrive i complessi meccanismi tra il papato, i minoriti e lo stato del 1300 e che pone l’attenzione sull’importanza della libertà, sia di pensiero che di azione, diritti che ci sembrano oggi scontati in uno stato democratico come l’Italia, il libro fa riflettere anche sul desiderio di conoscenza, perché il divieto di entrare in biblioteca non fa che incuriosire i monaci, compreso Guglielmo, che violano la regola imposta dall’abate entrando in biblioteca. La curiosità e il desiderio di conoscenza sono più forti di qualsiasi regola o paura; come disse Socrate: Esiste un solo bene, la conoscenza, ed un solo male, l’ignoranza,

Classe 4 G Scienze applicate

L. Apuleo, La favola di Amore e Psiche | recensione di Gaia Romi IV G, traduzione di Gabriele D'Anna
La favola di Amore e Psiche“, narrata da Lucio Apuleio tra i libri IV e VI delle Metamorfosi (o Asino d’oro), nel II secolo dopo Cristo, racconta le avventure delle divinità del tempo. In particolare descrive la travagliata e intricata storia tra il dio Amore, (detto anche Eros o Cupido) e la fanciulla Psiche. Questa è la più giovane di tre sorelle, figlie di un re, ed è venerata per la sua bellezza, paragonata a quella della dea Venere che, invidiosa, incarica il figlio “Amore” di scoccare una freccia per far suscitare in lei la passione per un uomo della più vile condizione. Il Dio stesso però si innamora della fanciulla, che fa condurre in uno splendido palazzo, invaso da luce, simile ad un luogo divino, dove viene accolta da misteriose voci che la guidano e servono, mentre durante la notte, può congiungersi al suo sconosciuto amante di cui ancora non conosce l’identità, e se ne innamora.
Psiche riesce a convincere il compagno, ad accogliere le sorelle che, piene d’invidia verso la sorella più fortunata, la portano alla decisione di chiedere al marito di mostrarsi, cosa che non gli era concessa date le sue sembianze divine. Portando avanti il loro malvagio piano, le sorelle convincono Psiche a credere che l’uomo sia un mostro e, ascoltando loro consigli, tenta di ucciderlo nella notte.
Ma Psiche, servendosi di una lampada ad olio, riesce finalmente a vedere il volto di Amore e rimane folgorata dalla sua bellezza, pentendosi dell’atto che stava per compiere. Purtroppo però Amore, si sente tradito per il gesto che la fanciulla sarebbe stata pronta a fare e fugge deluso. La storia, che come tutte le favole, avrà un bel finale, continua con una serie di colpi di scena molto avvincenti.

Diverse sono le interpretazione di questa favola, in una di queste Amore sarebbe la rappresentazione del desiderio del piacere e Psiche, che in greco significa anima, ma anche farfalla, quella dell’anima. Il romanzo sembra essere, quindi, una particolare allegoria incentrata sulla vicenda dell’anima che, caduta per un fatale errore, attraverso una serie di difficilissime prove, riconquista, grazie all’intervento divino, la felicità.
Questa favola ci insegna che non sempre il cattivo inizio di una storia, o di una situazione, non si può sanare perché, spesso, c’è sempre tempo, e modo, di recuperare una situazione che sembra compromessa, iniziando una strada in salita, e sicuramente faticosa, che potrebbe, però, portare al successo e alla realizzazione dei nostri sogni.
Al contrario, chi agisce in modo malvagio, per gelosia o invidia, viene punito e costretto a rassegnarsi, come Venere con Psiche.
Ritengo che questo sia un libro adatto a tutti, e in grado di trasmettere, in modo chiaro e sintetico, l’essenza della morale finale. L’amore, se vero, è indistruttibile, è alla base di ogni cosa bella, due persone non saranno mai distanti se c’è un sentimento davvero forte che le unisce, così come “sentenzia” Zeus: …lui non sarà mai sciolto dal vincolo che lo unisce a te….

J. Austen, Orgoglio e pregiudizio (versione integrale), Giunti, Firenze, 2011 | recensione di Martina Mampieri IV G
Orgoglio e Pregiudizio è il più celebre romanzo della scrittrice britannica Jane Austen, scritto e pubblicato nel 1813.
Jane Austen nasce a Steventon, un villaggio nel sud dell’Inghilterra, nel 1775. Della sua vita privata, purtroppo, conosciamo molto poco, le uniche notizie certe rimandano al fatto che visse con la sua famiglia fino alla fine dei suoi giorni, e che non si sposò mai; verso la fine dell’Ottocento tuttavia, venne pubblicata una sua biografia, scritta dalla nipote, dal titolo Memorie, dove per la prima volta venne svelata una notizia sconcertante sull’autrice: la giovane donna fu costretta a pubblicare le sue opere anonimamente, o sotto un falso nome chiaramente maschile, in quanto all’epoca la scrittura non era considerata un mestiere consono al gentil sesso.
Le vicende di Orgoglio e Pregiudizio si sviluppano attorno alla sagace e caparbia Elizabeth Bennet, la protagonista del romanzo. Jane, Elizabeth, Mary, Kitty e Lydia sono le altre figlie dei coniugi Bennet, che rappresentano una costante preoccupazione per la loro madre, Mrs Bennet, descritta dall’autrice come una donna priva di sensibilità ed eleganza, con scarse capacità intellettive, il cui unico scopo è quello di accasare le sue figlie.
Mr Bennet, è invece l’opposto: un uomo gentile, intelligente e dignitoso, dalla spiccata ironia e molto vicino alla sua secondogenita Elizabeth con la quale condivide un rapporto di grande intesa.
La protagonista è fin da subito poco propensa ad assecondare il volere della madre: come “un fiore che cresce nelle avversità”, Elizabeth infrange tutti gli stereotipi della sua epoca, rifiutandosi, con sicurezza e determinazione, di cedere ad un matrimonio triste e privo di amore.
A rivoluzionare la tranquilla vita dei Bennet, sarà l’arrivo del signor Bingley, un giovane celibe e ricco, che si trasferisce a Netherfield con sua sorella Caroline e il suo caro amico Fitzwilliam Darcy. Alla notizia, la signora Bennet si adopera subito per fare in modo che il giovane Bingley si interessi, per scopi matrimoniali, a una delle sue figlie e, infatti, ad un ballo il giovane si innamora di Jane, la primogenita dei Bennet, che dolcemente ricambia le sue attenzioni. Un sentimento totalmente opposto nascerà invece tra “l’arrogante” Mr. Darcy e “l’orgogliosa” Elizabeth.
“È passabile, ma non abbastanza bella per tentarmi”, un’offesa, quella di Mr.Darcy che ferirà l’orgoglio della giovane ragazza, che da quel momento in poi lo etichetterà come “l’uomo più superbo ed antipatico del mondo”.
Orgoglio e Pregiudizio è un classico senza tempo. È uno di quei libri che non ti stanca mai, perché ogni personaggio racchiude in sé tante di quelle sfumature, che ogni volta, rileggendo il testo, scopri in loro sempre nuovi e diversi aspetti. Questo romanzo mi ha catturata e rapita dal primo all’ultimo rigo. Sebbene sia stato scritto in un periodo storico, in cui la condizione femminile era di fatto minoritaria rispetto a quella dell’uomo, ci mostra una donna al di fuori degli schemi: forte, intelligente e determinata che affronta la vita in ogni suo aspetto senza mai tornare indietro. Una figura di certo rivoluzionaria per l’epoca della Austen, ma che tanto si avvicina ai nostri ideali di oggi. Elizabeth è anche profondamente legata alla sua famiglia: non permette a nessuno di umiliarla, neanche a chi appartiene ad una ceto sociale più elevato del suo.
Uno dei tratti, che più mi ha colpito della giovane donna, è sicuramente la sua determinazione nel rivendicare i suoi diritti: quando Lady Catherine cerca di imporle una scelta non sua, Elizabeth si ribella, non si arrende e non si piega a quei ricatti, ma soprattutto, non rinuncia alla propria felicità e alla sua libertà di scelta.
Una figura che da sempre mi incuriosisce ed appassiona è anche quella di Mr.Darcy: un uomo apparentemente cupo, misterioso, arrogante e freddo, un protagonista che, inizialmente, risulta poco comprensibile ai lettori, ma che, nel corso del romanzo, ci risulterà sempre meno antipatico, riuscendo a conquistare, alla fine, anche i nostri cuori: Darcy è una figura attualissima a mio parere, sicuro di sé, quasi fino all’arroganza, ma che nasconde tuttavia un animo gentile ed incompreso.
L’amore che nascerà tra lui ed Elizabeth, non è la classica favola, ma piuttosto la storia di due anime fatte della stessa essenza, entrambe determinate ma al tempo stesso fragili, che si ritrovano e si scontrano costantemente.
Come suggerisce il titolo del romanzo infatti, in Orgoglio e Pregiudizio Jane Austen ci mostra come sia facile cadere nelle trappole dei pregiudizi, che ci portano a giudicare le persone solo dalle apparenze o dalle “voci” sul loro conto, senza però conoscerle realmente, e dell’orgoglio, che ci porta a credere che la prima impressione sia quella giusta, ma spesso quello che c’è in superficie è solo una minuscola parte dell’essenza di una persona, che vale la pena scoprire perché, spesso, più è nascosta più è rara.
Inizialmente Elizabeth basa tutta la sua conoscenza sul pregiudizio, credendo di saper tutto di Mr.Darcy attraverso le opinioni delle persone, senza indagare a fondo sulla sua vera persona , che alla fine si rivela totalmente opposta a quella delle apparenze, mentre Darcy è portato a credere con superbia, ma anche per orgoglio, che Elizabeth non sia adatta alla sua “stazza” sociale, rendendosi poi conto invece della sue indiscutibili doti.
Orgoglio e Pregiudizio è un romanzo da leggere almeno una volta nella vita. Il titolo si adatta alla perfezione alla storia, in cui l’orgoglio dei protagonisti, che non permette loro di mostrare realmente i propri sentimenti, e il pregiudizio nei confronti di chi non si conosce realmente, vengono subiti, e infine vinti dai sentimenti..
R. D. Bradbury, Fahrenheit 451 | recensione Leonardo Placidi IV G
Fahrenheit 451 è ambientato in un mondo in cui la cultura, e l’informazione, vengono messe da parte per fare spazio alla collettiva manipolazione del pensiero. Il regime dittatoriale, di cui la popolazione è succube, porta il paese sull’orlo di una guerra contro un nemico del quale non si viene a conoscenza.
Tutto il romanzo è immerso in un’atmosfera cupa e apocalittica. Possedere libri, e qualsiasi testo cartaceo della precedente cultura, è illegale. Guy Montag è un pompiere che, anziché spegnere incendi , li appicca. Il suo compito è bruciare i libri che si trovano nelle abitazioni che gli vengono segnalate. Montag porta avanti un rapporto privo di sentimenti con Mildred, la moglie che si riempie di psicofarmaci ed è disinteressata a qualsiasi discorso del marito, perché troppo impegnata a farsi alienare dalla televisione.
Il tema fondamentale del romanzo è l’accettazione, da parte della società, di vivere nelle “frenetiche distrazioni” dei media e adottare l’ignoranza come compromesso per raggiungere una serenità illusoria. I personaggi del romanzo sono infatti nascosti sotto il velo di una “felicità” che, in realtà, non esiste, Sono condannati ad essere degli automi, i quali stati emotivi sono guidati da una superficialità estetica finalizzata solamente a far perdere loro l’identità. Mildred ne è il perfetto esempio: si fa trasportare con entusiasmo dai discorsi delle amiche, spesso incentrati su programmi scadenti e demenziali, che passano in televisione, mentre invece alle domande che Montag le pone sul loro matrimonio, rimane del tutto indifferente anche perché in realtà non sa neanche cosa prova per lui. L’individuo, in un contesto del genere, anche pur avendo scoperto la sua identità, non riesce ad ottenere una propria essenza nella comunità , perché schiacciato e oppresso da una società che vive alienata e al di fuori di se stessa, caratterizzata da una vera e propria decadenza dei valori sociali e sentimentali , oltreché culturali. Questo aspetto, per me, in questa storia, è fondamentale, perché ci trasmette una perfetta immagine della condizione sociale e nichilista nella quale viviamo, anche inconsapevolmente.
La differenza, però, è che noi non abbiamo alcun regime totalitario che ci impone di vivere senza pensare, talvolta siamo noi stessi a creare il bisogno di doverci distrarre per evitare i pensieri e, quindi, forse siamo messi peggio noi.
G. Catozzella, Non dirmi che hai paura | recensione di Lavinia Bucci IV G
Non dirmi che hai paura è un romanzo dello scrittore Giuseppe Catozzella, che nel 2014, ha voluto raccontare, vincendo anche il premio Strega, la vera storia di Samia Yusuf Omar, nata per correre, che voleva raggiungere l’Italia per fuggire dalla povertà e dalla guerra del suo Paese.
La protagonista della storia è, quindi, Samia, una ragazzina di Mogadiscio che ha la corsa nel sangue. Vive la sua infanzia circondata dall’amore della sua famiglia e l’affetto del suo caro amico Alì che, per lei, si improvvisa allenatore. Mentre nella sua città la guerra infuria, lei non smette mai di rincorrere il suo sogno: quello di diventare un’atleta professionista. E’ costretta ad allenarsi di notte in un vecchio stadio abbandonato per nascondersi dagli occhi accusatori degli integralisti, ma riesce a qualificarsi per le Olimpiadi di Pechino, a soli 17 anni. Questo avvenimento è molto importante per il suo paese: nonostante si classifichi ultima, rappresenta un esempio di riscatto per tutte le donne somale. Samia non si arrende, sogna la vittoria. Il suo nuovo obiettivo è quello di partecipare alle Olimpiadi di Londra del 2012. Ma, improvvisamente, tutto diventa più difficile. La guerra si inasprisce poiché gli integralisti riescono a prendere il potere. Samia è costretta a correre con il burqa. Si sente in gabbia. Non riesce più a vivere in quel modo. E così, da sola, decide di intraprendere il viaggio più lungo e difficile che una persona possa compiere. Dall’Etiopia al Sudan, dal Sahara alla Libia fino ad arrivare al mare dell’Italia.
La potenza del racconto, molto scorrevole, sta proprio nella ricchezza dei dettagli che portano il lettore ad immedesimarsi nella storia di Samia. Soffri e gioisci insieme a lei. Ne consiglio vivamente la lettura poiché offre un quadro più ampio degli avvenimenti e delle condizioni fisiche e psicologiche che sono costrette a vivere le popolazioni in guerra. Il libro ci regala un nuovo punto di vista e ci permette di aprire gli occhi su una realtà, che ormai fa parte della vita di tutti noi.
G. D'Annunzio, Il piacere | recensione di Joao De Oliveira IV G
Il piacere è il romanzo scritto nel 1889 da Gabriele D’Annunzio, l’esponente per eccellenza del Decadentismo italiano. In quest’opera lo scrittore sembra confluire tutta l’esperienza mondana e letteraria da lui vissuta sino a quel momento.
Al centro del romanzo si pone la figura dell’esteta, considerato da D’Annunzio come il proprio alter-ego: Andrea Sperelli, nel quale l’autore riversa la propria crisi e la sua insoddisfazione nei confronti della società borghese.
Andrea è un giovane aristocratico, artista e seguace del “vivere inimitabile“, che trova l’amore in due donne completamente differenti: Elena Muti , la donna fatale, che incarna l’erotismo lussurioso, infatti il suo nome richiama Elena di Troia, un personaggio della la mitologia greca, e Maria Ferres, la donna pura, che rappresenta ai suoi occhi l’occasione di un riscatto attraverso una morale più elevata e pura.
Ma, in realtà, il protagonista mente a se stesso, perché con il procedere della lettura vedremo che il suo ego, ed egoismo, lo porteranno alla rinuncia di entrambe le donne. Il romanzo è scritto con una prosa estremamente piacevole e scorrevole, grazie alla capacità di D’Annunzio di “limare” il verso fino a renderlo una delizia per il lettore. «Bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.» E’ questo il consiglio dell’esteta Andrea Sperelli In questo romanzo ho trovato bellissimo notare come la presenza dello scrittore non sia celata, infatti dopo l’analisi del personaggio di Andrea, l’autore entra bruscamente nel racconto, dicendo la sua, spietatamente. «Così, in questo modo, con questa ferocia, Andrea giudicava la donna un tempo adorata. Procedeva, nel suo esame spietato, senza arrestarsi d’innanzi ad alcun ricordo più vivo. In fondo ad ogni atto, a ogni manifestazione dell’amor»
Ho amato leggere questa storia, scritta diversamente dai libri “moderni“ perché grazie ad essa ho arricchito il mio lessico e ho provato, come dal titolo, piacere nella sua lettura.
Consiglio vivamente a tutti di distaccarsi dalle letture moderne, almeno una volta, per assaporare la bellezza dei grandi classici, che non muoiono mai.
F. Kafka, La metamorfosi | recensione di Mattia Rizzo IV G
La metamorfosi è un libro che racconta la disavventura di un ragazzo, che un giorno si sveglia nel suo letto trasformato in un insetto, più precisamente in uno scarafaggio. Un libro scritto molto bene, che tiene il lettore a stretto contatto con il protagonista. Sono molti i significati che gli si possono attribuire ma analizzerei il più importante, nonché, a mio avviso, il più particolare. Il protagonista Gregor si interroga, appena essersi reso conto del suo mutato stato fisico, su come riuscire a prendere il treno per andare al lavoro, e a tutte le conseguenze che sarebbero derivate se fosse arrivato in ritardo, mettendo in secondo piano il presente, cioè quello che gli stava accadendo. Se per un attimo pensassimo di essere catapultati nella sua stessa situazione, secondo l’immaginario comune saremmo portati a provare un sentimento di terrore e di sconvolgimento soffermandoci sul perché, su come potremmo tornare alla normalità. Tutto ciò Gregor, invece, sembra quasi non percepirlo, e ciò rende macabro il racconto. Gregor è così preso dal lavoro, e dal futuro, da non dare peso a quel che gli sta accadendo, dando per scontato che la sua condizione sarebbe stata passeggera. Questa sua mancata consapevolezza rappresenta, secondo me, la prima fase della sua metamorfosi, intesa come una metamorfosi mentale, in cui è ancora dominante l’incertezza e l’oscillare tra umano e insetto. Tutti gli altri personaggi, come i membri della famiglia che erano mantenuti da Gregor, accettano passivamente lo stato del protagonista, non facendo nulla per cambiare la situazione. La condizione drastica del povero Gregor suscita nel lettore molta tristezza: un uomo buono che passa dal mantenere la famiglia dandole tutto l’amore possibile, ad essere disprezzato e ripudiato da essa.
F. Kafka, La tana | recensione di Leonardo Placidi IV G
La tana è un racconto breve di Franz Kafka, scritto circa sei mesi prima della sua morte, e pubblicato postumo nel 1931. Il racconto è narrato in prima persona e il protagonista, nel corpo di quello che sembra essere un piccolo animale, cerca la tranquillità nel modificare e perfezionare la sua tana sotterranea, fatta di sofisticati cunicoli e piazzole dove depositare scorte di cibo, nella speranza di sentirsi al sicuro da presunti nemici.
Il bisogno di perfezionare continuamente l’architettura della propria tana diventa, però, maniacale, al punto da trasformare la quotidianità del protagonista in una ossessiva e disperata ricerca di sicurezza dal mondo esterno. Il nostro piccolo animale – si presuppone che Kafka si sia messo nei panni di un piccolo roditore – vive così tutti i giorni nel suo rifugio; timoroso che qualcuno possa fargli del male e, allo stesso tempo, compiaciuto della sua solitudine e del pacifico silenzio tombale che invade le sue gallerie sotterranee: sintomo che tutti i suoi sforzi sono forse stati ripagati dall’assenza di predatori. Eppure un giorno, dopo essersi svegliato da un lungo e profondo sonno, percepisce un sibilo che incrementa come non mai le sue preoccupazioni; il sibilo si fa sempre più invadente (quantomeno nella sua testa), il protagonista cerca vanamente di scovare l’origine di quest’ultimo e, nonostante il sibilo non dà mai dimostrazioni di un pericolo reale, il pensiero che la tranquillità tanto bramata rischia ora di andare in frantumi una volta per tutte non dàa pace alla sua testa: il disturbo paranoide diviene da quel momento insostenibile, e per la sua tana inizia così un lungo processo di modifiche e mutamenti senza fine.

Il racconto incarna senza dubbio il classico spaesamento kafkiano, che però non si riduce solo alla mancata comprensione nei confronti del mondo esterno ma anche nei confronti di sé stesso.
Talvolta il protagonista cerca di consolarsi, pensando che tutto prima o poi si risolva , e che abbia di nuovo il tempo per mettere tutto in ordine: Già, tutto si fa al volo nelle fiabe, e anche questa consolazione va messa tra le fiabe. Lui stesso sa che ogni consolazione è vana. Il ritrovarsi in solitudine a lottare con la propria ossessione, non solo gli fa perdere lui ogni certezza, ma lo induce anche a pensare che, qualora si presentasse, sia più conveniente rifiutarla; pensa infatti: Questa galleria dovrebbe darmi certezza? Sono arrivato al punto che la certezza non la voglio neanche.
Inoltre, se si ha una piccola affinità con la filosofia, si può scorgere in queste pagine la rappresentazione di uno sfrenato solipsismo, nonostante la narrazione non lasci intendere nulla a riguardo. Il protagonista è infatti impossibilitato nel rapportarsi a ciò che gli succede intorno, e pur non trovando risposta neanche in sé stesso rimane solo “se stesso” con cui comunicare. Rimangono soltanto le sue riflessioni, le sue insicurezze e le sue apprensioni, senza trovare nulla di esterno che possa confermare ciò che lui percepisce. Avendo a disposizione uno scenario simile è facile osservare come il linguaggio risulti inutile. Non c’è possibilità alcuna di “intendimento” hobbesiano; ed è vero, questa tematica era già stata affrontata nel suo racconto di maggior successo La metamorfosi, ma ne La tana in linguaggio diviene ancora più fine a se stesso.
Leggendo la Metamorfosi, ci accorgiamo di come la funzione comunicativa del linguaggio venga troncata dalla trasformazione del protagonista, che non riesce più a parlare con la propria famiglia. Tuttavia esiste un oggetto verso il quale il soggetto non riesce a comunicare, se così non fosse il linguaggio conserverebbe tutta la sua utilità anche ne La metamorfosi.
Ne La tana, invece, il linguaggio è totalmente fine a se stesso in quanto il protagonista non può utilizzarlo se non per di alimentare le sue stesse turbe; il protagonista (del quale non è mai stato specificato il nome), è gettato nella più assoluta solitudine.
Questo è, da parte di Kafka, uno dei suoi più disperati urli narrativi, nonostante questa disperazione entri a far parte del significato implicito del racconto. Ad una lettura superficiale il racconto potrebbe infatti sembrare noioso e privo di significato.
L’avvertenza finale è quindi la seguente: la lettura è sconsigliata se si è in cerca di trame superficiali o non si ama particolarmente l’introspezione.

H. Lee, Il buio oltre la siepe | recensione di Ruaina Mohamed IV G
Il buio oltre la siepe è un romanzo realistico, e di formazione, di Harper Lee, pubblicato nel 1960, che valse alla scrittrice americana un immediato e duraturo successo. La vicenda si svolge in una piccola cittadina di nome Maycomb negli anni Trenta, ai tempi della segregazione razziale. Maycomb viene rappresentata simbolicamente da Dubose, la vicina di casa dei protagonisti, che rappresenta la mentalità chiusa dell’America di quel periodo: è una donna retriva, discriminatoria, conservatrice, ottusa ed egoista.
La storia è raccontata in prima persona da Scout, una bambina vivace che con il suo linguaggio scurrile scandalizza le signore del vicinato. All’inizio della vicenda ha sei anni e guarda il mondo con innocenza e paura, come tutti i bambini, ma al termine della storia, compiuti i nove anni, gli eventi che vivrà l’ha faranno diventare, a tutti gli effetti, una piccola adulta che, man mano, prende coscienza dei pregiudizi, imparando cos’è la giustizia..
Il romanzo è suddiviso in due linee narrative: la prima racconta le avventure estive di Scout, di suo fratello Jem e del loro amico Dill, i quali sono particolarmente incuriositi da un misterioso vicino che non esce mai, Arthur Radley (che chiamavano Boo), e provano disperatamente ad attirare la sua attenzione, anche se pur non conoscendolo direttamente ne hanno paura. Il padre Atticus rimprovera duramente i figli per questo comportamento perché vorrebbe che imparassero ad accettare “la diversità” senza preconcetti..
La seconda linea narrativa è incentrata proprio su Atticus, l’avvocato incaricato della difesa di un afroamericano, accusato ingiustamente di violenza carnale. Il fatto che, all’epoca i cui è ambientato il libro, Atticus difendesse un nero, era, per l’opinione pubblica, una vera e propria “vergogna” , ma Scout cercherà in tutti i modi di preservare l’onore del padre, rischiando anche di lasciar degenerare le prese in giro in rissa.
I temi principali deI l buio oltre la siepe sono il razzismo e il pregiudizio, che contribuiscono soltanto a generare negli uomini paura e crudeltà infondate. .Jem, Scout e Dill sono personaggi positivi: la loro mente infatti non è inquinata dagli stupidi pregiudizi che conducono al razzismo. Atticus anche se forse, non rappresenta la figura paterna ideale, fa tutto il possibile per far comprendere a Scout e Jem i principi della tolleranza.
Il papà di Scout si sente in dovere di difendere l’accusato, Tom Robinson, perché è un caso che tocca direttamente il vivo della coscienza di un uomo. Se lui non difendesse quell’uomo non potrebbe più andare in giro a testa alta. Perché “prima di vivere con gli altri – dice – bisogna vivere con se stessi e la coscienza è l’unica cosa che non debba conformarsi al volere della maggioranza”
J. London, Zanna bianca | recensione di Saverio Malavolta IV G
Nel freddo tagliente del nord, così crudele, e senza alcun segno di vita, comincia la storia di un lupacchiotto, nato dalla continua lotta tra vita e morte, in un posto dove solo chi è più forte resiste.
La realtà è descritta con gli occhi di un lupo, ma con sentimenti così forti che, spesso, tra uomo e natura non sembra esserci alcuna distinzione.
Il suo è un lungo viaggio alla ricerca della sua vera natura, dal crudo e freddo nord al caldo del sud, da un paesaggio dalla natura incontaminata alla più completa civilizzazione, dalla paura dell’ignoto, e al suo vigile istinto di sopravvivenza, alla fedeltà e saggezza di un cane finalmente amato.
Ed è proprio su questo cambiamento che il grande scrittore Jack London ci fa riflettere, dimostrando che un essere vivente si modifica, nel bene o nel male, a seconda dell’ambiente in cui vive.
Il lupetto, infatti, da sempre conosce il vero volto di madre natura, in un mondo feroce e senza carezze e affetto, dove per sopravvivere bisogna evitare l’ignoto.
E, in quel mondo così ostile, l’amore e più in generale i sentimenti, per Zanna Bianca non hanno significato.
Ad un certo punto incontrerà gli dei-uomini, che tutto dominano e che possono cambiare la faccia del mondo, creatori di fuoco, che donano la vita e a cui sarà per sempre obbediente e che mai, e poi mai, morderà.
Anche se ha sempre vissuto in un mondo senza amore, proprio questo sentimento così puro, lo plasmerà in un cane con il carattere di un lupo, contraddistinto dalla sua saggezza e dalla sua fedeltà.
Il lupo, diventando cane, azzera il suo vero istinto modificando la sua natura e iniziando a rapportarsi con l’uomo.
Questo libro ci insegna che, che per trovare la propria essenza, ognuno deve seguire il proprio destino.
M.Malvaldi, La misura dell'uomo| recensione di Matteo Bonati IV G
Il romanzo giallo di Marco Malvaldi è ambientato nel 1493, il mondo è scosso dalla scoperta del nuovo continente, si aprono opportunità a nuove economie e incomincia il consolidamento del nuovo sistema bancario tramite carte di credito; in una Milano sotto gli Sforza il reggente, Ludovico il Moro, convoca a sé una personalità eccentrica quanto geniale, una figura insolita il cui genio è riconosciuto anche oltralpe, Leonardo da Vinci. Il genio, nonostante la sua fama vive in un umile bottega con il suo garzone e sua madre; egli sarà protagonista dell’investigazione sul delitto avvenuto a corte, dovendo anche fronteggiare lo spionaggio degli ambasciatori mandati dal re di Francia, che cercheranno di sottrargli il prezioso taccuino su cui tiene i suoi progetti e, benché mantenga la sua parvenza di modestia, egli rimarrà sempre un passo avanti a tutti. L’autore ci immerge in una Milano coinvolta in intrighi e cospirazioni, non facendo mancare scene comiche che alleggeriscono i toni cupi dell’indagine sul misterioso omicidio, inserendo come protagonista la “reinterpretazione” della personalità poliedrica di Leonardo da Vinci, e conferendole anche toni riflessivi sulla fragilità della mente umana. Un libro incredibile, che ha lo scopo di volerci far riflettere sull’investigazione introspettiva e personale della misura di ognuno di noi, già dal titolo, ma che è anche occasione di molti altri spunti di riflessione.
M.Malvaldi, La misura dell'uomo| recensione di Francesco Nardoni IV G
Come tutti sanno, nel 1482, Leonardo da Vinci arriva nella Milano rinascimentale. Lorenzo il Magnifico lo invia, in qualità di ambasciatore dell’arte e della cultura fiorentina, alla corte del potente Ludovico il Moro. Quello che quasi nessuno sa è che durante il suo lungo soggiorno nella città più moderna e aperta alle novità scientifiche e tecnologiche quale era allora Milano, Leonardo diventerà pure investigatore.
O meglio, questo è quello che vuole farci credere Marco Malvaldi nel suo libro La misura dell’Uomo e, per quanto mi riguarda, ci riesce benissimo.
D’altronde se vi avessero ucciso in circostanze misteriose chi avreste voluto indagasse sul delitto? Io, quel cervellone di Leonardo! Che in quanto a logica, intuito e razionalità non era certo secondo a nessuno.
La soluzione del caso, a questo punto, vi sembrerà scontata.
Ma vale la pena, comunque, farsi coinvolgere dall’avvincente trama, scritta ad arte, dal giallista pisano de “i delitti del BarLume”, che qui intrattiene i lettori alternando il linguaggio moderno, a tratti particolarmente disinvolto, a quello rinascimentale (dove ogni frase viene calibrata e inanellata come un gioiello…).
Il romanzo, pubblicato dalla casa editrice Giunti nel 2018, segue tutti gli schemi e le regole dei gialli: la trama è precisa, piena di dettagli e di riferimenti storici, reali o solo realistici. L’intera vicenda si sviluppa nel 1493 tra il vero e l’inverosimile di matrimoni combinati tra antiche casate, lettere di credito, intrighi politici, rapporti epistolari e ingegnose invenzioni leonardesche.
La scena del crimine è il Piazzale delle Armi del Castello Sforzesco.
La vittima è un pittore: Rambaldo Chiti, ex allievo di Leonardo, che è anche un falsario.
I personaggi sono tanti, forse troppi, molti realmente esistiti: Ludovico il Moro, sua moglie la pluri tradita Beatrice d’Este, i figli naturali e illegittimi, dame di compagnia, astrologi di corte, compositori e nani, la favorita Cecilia Gallerani (senza l’ermellino!) e ancora Galeazzo: il legittimo Duca di Milano, il genero di Ludovico e pittori, commercianti, religiosi, Accerrito Portinari, rappresentante della Banca dei Medici, Giacomo Trotti ambasciatore di Ercole I d’Este duca di Ferrara presso la corte Sforza.
E poi c’è lui, il protagonista, l’affascinante quarantenne dalla lunga veste rosa presentatosi alla corte di Ludovico con una lettera che descrive i suoi progetti in campo ingegneristico, architettonico e di idraulica e, solo per ultime, le sue capacità pittoriche e scultoree.
Il signore di Milano vuole da lui un grandioso progetto per un monumento equestre a Francesco Sforza, suo padre.
Leonardo studia l’anatomia dei cavalli e trascrive, su un taccuino che tiene gelosamente sotto la tunica, tutti i suoi appunti. Vive con Caterina, sua madre e il giovane Salai, non mangia carne e, spesso, lamenta compensi mai ricevuti.
La morte dell’uomo pare naturale, ma il Duca di Milano vuole allontanare il sospetto della peste o di altre malattie sconosciute, e quindi chiede aiuto proprio a Leonardo.
L’uomo è stato ucciso, Leonardo presto capirà come, da chi e perché.
Sbaglierà i calcoli per il cavallo di bronzo, mai portato a compimento ma, come lui stesso dice, “solo chi nulla fa nulla erra”. Confrontarsi con i propri errori, crescere e imparare osservando la natura e gli altri uomini: questa è la misura dell’uomo.
L. Pirandello, Uno, nessuno, centomila | recensione di Federico Pace IV G
Uno, nessuno, centomila è uno dei più noti romanzi di Luigi Pirandello, uscì nel 1926 sotto forma di romanzo a puntate, nella rivista La Fiera Letteraria.
Pirandello, che fu insignito nel 1934 del prestigioso premio Nobel, è un personaggio molto importante del Novecento italiano. Oltre a essere scrittore e drammaturgo, fu, a mio parere, anche filosofo, perché nelle sue opere riuscì a definire la vera essenza dell’uomo, attraverso vari temi, come la teoria delle maschere e la spersonalizzazione dell’io.
Con i suoi scritti riesce a cogliere ciò che avviene all’interno di ogni persona. Secondo Pirandello l’uomo non è ben definito, e continua a mutare nel corso della vita, ma è destabilizzante pensare ad un qualcosa dentro di noi in continuo mutamento, per questo quando i suoi personaggi incominciamo ad esserne consapevoli, reagiscono nei modi più strani e, a volte, si abbandonano alla follia che, nel caso di Vitangelo Moscarda diviene fonte di guarigione e salvezza.
La storia inizia con una scena divertente e, lì per lì, priva di significato. La moglie di Vitangelo Moscarda, ignara di ciò che avrebbe scatenato, fa notare al marito che ha il naso un po’ storto. Quel piccolo e insignificante commento cambierà la vita dell’uomo, facendo crollare tutte le sue convinzioni. Spesso si sofferma davanti allo specchio, guardandosi e capendo che, come si vede lui non lo vedono le altre persone, ritrovandosi sdoppiato in un uomo che non è più lui. Le cose si complicano quando non vede più un solo estraneo, bensì centomila, attribuiti al modo sempre diverso di vederlo degli altri. E così ne resta disgustato, maturando, dentro di sé, la volontà di sbarazzarsi degli altri ” io”, ma il suo estremo tentativo di liberarsi delle maschere lo porta a risultare un folle agli occhi di tutti.
Nello scappare da queste realtà si ritroverà a spogliarsi completamente dei suoi beni, perfino del proprio nome, definendosi nessuno.
Abbandonando se stesso, pagina dopo pagina, rinuncia alla sua individualità per sentirsi vivo ed intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.
Trovo il testo molto attuale perché l’immagine che Vitangelo ha di sé rimanda all’importanza che, per ognuno di noi, assume il giudizio degli altri, soprattutto di chi ci è più caro, facendoci spesso entrare in crisi.

Classe 5 G Scienze applicate

L. Pirandello, Sei personaggi in cerca d'autore | recensione Stefano Bernabei V G
Il dramma prende avvio in un palco in allestimento su cui un gruppo di attori sta cercando di interpretare l’opera di Pirandello “Il gioco delle parti”. Ad un certo punto entrano in scena sei figure, sconosciute alla compagnia, che fin da subito creano sconcerto fra gli attori in scena. Questi sei personaggi si presentano, dicono di essere stati cacciati da un’altra compagnia teatrale, che si è rifiutata di portare a termine il loro dramma scegliendo così di abbandonarli. Dopo qualche remora, Il capo comico si convince, e chiede alla sua compagnia di attori di interpretare la loro storia.
I sei personaggi iniziano così a raccontarsi affinché gli attori possano mettere in scena la loro storia. Messo in scena il dramma i sei personaggi, però, si rendono subito conto che ciò che hanno raccontato non coincide con quello che gli altri recitano. Gli attori non riescono a rappresentare il vero dramma dei personaggi: il dolore della madre, il rimorso del padre, la vendetta della figliastra e il sentimento di infelicità del figlio. E questa frustrante, ed evidente, incomunicabilità porterà ad una tragedia vera e propria.
In questa rivoluzionaria opera teatrale che il premio Nobel mette in scena per la prima volta nel 1921 al teatro Valle di Roma, troviamo tutti i temi più importanti del nuovo teatro, ma anche della poetica pirandelliana: l’incomunicabilità tra le persone, la maschera, la tragedia, la non oggettività delle cose, il grottesco e il teatro nel teatro.
Una riflessione che illustra appieno il mondo di Pirandello la pronuncia uno dei sei personaggi, il padre; “Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai!”
Quando due persone si confrontano ognuno parla con il mondo di cose che ha dentro e, quindi, ciò che dice è filtrato dal proprio modo di vedere le cose, dal proprio vissuto, dalla propria sensibilità. Chi ascolta percepisce il racconto dell’altro attraverso il proprio mondo, sicuramente diverso dalla persona con cui sta parlando. E questo, a volte, porta all’incomprensione tra le persone e alla solitudine.
Io credo che questo tema sia attualissimo oggi e che, oltre all’incomprensione data dalla soggettività, ci sia anche poca voglia, e in alcuni casi, nessuna, di ascoltare gli altri. C’è molta poca empatia tra le persone: siamo spesso proiettati troppo su noi stessi e troppo poco sugli altri. E, nei casi estremi, nasce anche l’idea che spesso sia inutile comunicare.
In questa rappresentazione teatrale i sei personaggi cercano disperatamente di essere capiti, di essere rappresentati attraverso la loro descrizione dettagliata della loro storia personale ma, nonostante ciò, non vengono capiti. Questo personalmente mi porta a pensare che oltre “al proprio mondo di cose”, ci sia proprio la non volontà di immedesimarsi nell’altro a causa del disinteresse di voler capire l’altro. Questo porta sicuramente alla solitudine perché l’uomo per sua natura ha bisogno di parlare, di essere ascoltato e capito, ha bisogno che qualcuno possa condividere con lui i suoi “drammi” e le sue gioie. Secondo Pirandello gli uomini indossano delle maschere per compiacere la società e, di conseguenza, la maschera cambia a seconda della situazione. I sei personaggi sono gli unici a non indossare una maschera perché sono in qualche modo “fissati” nella forma che gli ha dato l’autore che li ha creati.
Nella vita c’è chi si sforza di essere autentico cercando di non indossare maschere, nonostante il rifiuto da parte degli altri, e chi invece indossa maschere per convenienza, per essere sleale o perché non è soddisfatto della propria vita.
Nelle opere di Pirandello le persone, a volte provano a togliersi questa maschera ormai di “piombo” che indossava per necessità, ma devono sempre fare i conti con le imposizioni della società. Oggi la maschera si indossa spesso per ingannare gli altri ma, come si dice: “ prima o poi la maschera cade per tutti “.
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Andrea Viviani
Andrea Viviani
30 Maggio 2020 10:34

Lodevole iniziativa: bene, che studenti tanto giovani si cimentino con una tipologia testuale tanto utile e specialistica quanto deplorevolmente desueta.
Grazie,
AV

Marco Pasquali
Marco Pasquali
30 Maggio 2020 10:44

Ottima iniziativa. Lo scrivo perché alcuni libri non li conoscevo proprio. Questo è doppiamente positivo: perché i libri analizzati non sono soltanto le letture ‘consigliate , ma denotano interessi e ricerche personali o di gruppo; e poi perché mi è venuta la curiosità di leggere le opere di cui non sapevo nulla.

Luca
Luca
30 Maggio 2020 10:55

Veramente interessanti queste recensioni, grazie ragazzi. Devo dire che le vostre analisi sono lunghe il giusto e approfondiscono temi che dovrebbero essere centrali nel percorso di crescita di ogni individuo. Bel lavoro